Creed II, la recensione: sul ring egoismi e paternità

Creed II, la recensione: sul ring egoismi e paternità

Febbraio 17, 2019 0 Di ilmuretto

Arriva al cinema Creed II, il nuovo film della saga di Rocky con protagonisti Michael B. Jordan e Sylvester Stallone.

Il primo Creed diretto da Ryan Coogler aveva ripescato dall’oblio la saga di Rocky, recuperandone la mitologia e omaggiandola in modo misurato perché impegnato in un delicato compito di emancipazione (essendo, di fatto, uno spin-off). In quel film il giovane Adonis (Michael B. Jordan), figlio illegittimo del defunto campione Apollo Creed, lottava contro l’ingombrante lascito del genitore tra la diffidenza generale nel tentativo di stabilire un’affinità col padre mai conosciuto che andasse al di là del mero legame di sangue, per di più nato da una relazione extraconiugale.

Creed II, sotto certi aspetti, è la naturale prosecuzione dell’opera di Coogler. Tuttavia, nonostante il ritorno (con prole) di un villain come Drago, non eguaglia quella sensazione di “ritorno al futuro” che aveva permesso a Nato per combattere di imporsi in un colpo solo come reboot (i canovacci della serie rivisitati e adattati allo spirito black), spin-off e remake (la corsa per la periferia di Philadelphia, la scalinata del Museum of Art, gli iconici boxer sportivi e l’inconfondibile tema musicale di Bill Conti) della saga cult sul pugilato.

Il film in uscita nelle sale italiane il prossimo 24 gennaio mira – proprio come il suo protagonista Adonis – ad affrancarsi progressivamente da un universo ingombrante per celebrare una propria mitologia, senza tuttavia riuscire a rinnegare le proprie origini.

Creed II, il lungo addio di Rocky

Nel lungo addio di Creed a Rocky (mentore sempre più in disparte, defilato anche nei festeggiamenti del neo campione) c’è tutto un gioco di richiami alla tradizione e rovesciamento dei cliché, un ping pong incessante tra revival e rottura.

E se la pellicola di Coogler, nel raccontare le gesta di un orfano arrabbiato in lotta con un’eredità difficile da digerire, aveva lasciato sullo schermo un’impronta da film (quasi) indipendente dotato di un gran cuore, Creed II sconta il suo status di sequel (più personaggi, maggior budget), cercando di ridurre lo scarto col ritorno al ruolo di sceneggiatore di Sylvester Stallone, affiancato in fase di scrittura da Juel Taylor. Di conseguenza, il film tocca corde emotive care all’universo di Rocky in misura maggiore di quanto fatto nel precedente (che affrontava invece il tema della malattia). Lo fa, però, mischiando in modo impercettibile ma decisivo le carte in gioco dal 1976 ad oggi, ad eccezione del personaggio di Balboa, rimasto lo stesso di sempre nonostante il volto segnato e l’andatura incerta. Pur guardando, infatti, ai capitoli precedenti (più immediati, per ovvie ragioni di trama, i riferimenti a Rocky IV, ma la pellicola pesca pure da Rocky III), il film diretto da Steven Caple Jr. sembra riflettere l’andamento dei tempi, ormai lontani da quelli del primo film di Stallone che vide alla regia John Avildsen.

Manifestazione di ciò è il personaggio Adonis, mosso da puro egoismo e da un machismo celato senza troppa convinzione dietro un desiderio di vendetta/rivalsa. Un campione dei pesi massimi che non si ritiene intimamente tale e che necessità della continua rassicurazione del mondo esterno. Per continuare a crogiolarsi sugli allori, non esiterà a sfidare non una bensì due volte un avversario pericoloso come Viktor Drago (Florian Munteanu), figlio del pugile sovietico Ivan (Dolph Lundgren) sconfitto da Balboa nel giorno di Natale del 1985 a Mosca. Chi, se non un irresponsabile, rischierebbe di lasciare da sole moglie e figlioletta appena nata solo per ribadire la propria supremazia sportiva (e per vendicare un passato mai vissuto sul serio)?

Non lo avrebbe di certo fatto Rocky, che nel secondo capitolo della saga aveva accarezzato l’idea di chiudere col pugilato per costruire un futuro con Adriana. In questo, Creed II sembra più uno spin-off di Apollo che dello stallone italiano cresciuto nei sobborghi di Philadelphia. Adonis è quasi la reincarnazione dello spirito fanciullesco e incosciente di suo padre, invischiato in una faida sportivo-famigliare che va avanti da più di 30 anni a colpi di virilità e che ora, complice “la strategia alla Don King” del promoter Buddy Marcelle di Russell Hornsby, esige il proprio verdetto.

Una scena del filmHDMGM/Warner Bros. Pictures

Creed II, nonostante il sentimentalismo professato da Stallone (“Ascolta il tuo cuore”, non fa che ripetere a Donnie), è un film di gran lunga più algido dei precedenti della serie: la storia d’amore tra il figlio di Creed e Bianca (Tessa Thompson) sembra relegata sullo sfondo dell’ambizione che muove Adonis; sull’altro versante è unicamente l’odio ad animare gli antagonisti russi, desiderosi di cancellare un passato di umiliazioni ed esilio forzato.

Lo Stallone sceneggiatore è attento a porre l’accento sull’umanità dei personaggi, ognuno alle prese con una battaglia emotiva. È uno Sly consapevole della scontata prevedibilità di trama (ascesa, caduta e resurruzione del protagonista, un classico della saga), ostacolo, questo, superato dall’attore classe ’46 ricorrendo alla riesumazione del vecchio rivale Drago, giocando di conseguenza sulle motivazioni dei personaggi che risentono inevitabilmente delle tensioni del passato.

Il maggior pathos impresso dal team di creativi a Creed II si scontra però con un andamento col pilota automatico della pellicola: la vicenda del campione benestante sfidato da un rivale più potente, cresciuto nell’odio, richiama a gran voce quella di Balboa alle prese col Clubber Lang di Mr. T in Rocky III; inevitabili, poi, le analogie con Rocky IV, dall’incontro finale organizzato a Mosca alla figura di Viktor, degno clone del “ti spiezzo in due” anni ’80 (entrambi rivali killer), passando per la redenzione del protagonista ottenuta dietro un enorme sacrificio.

Michael B. Jordan e Tessa Thompson in una scena del film

Forse il film avrebbe dimostrato maggior coraggio nell’allacciarsi alla realtà politico-sociale di oggi, affrontando questioni razziali al centro di tanta cronaca odierna invece che rievocare flebilmente il clima da Guerra Fredda di Rocky IV, stemperato peraltro (ed è un bene) dalle questioni personali irrisolte sia di Adonis che di Viktor. L’aspetto più interessante, nel segno di Sly, è un ritorno alla poetica degli emarginati, forse il tratto più distintivo della saga di Rocky: curiosamente, non è Adonis ad essere l’outsider dei bassifondi (non lo era nemmeno nel primo Creed, non aveva alle spalle una vita di stenti come Balboa) bensì i due Drago, reietti e scorie di un retaggio politico-culturale appartenente al periodo storico antecedente la caduta del Muro di Berlino.

Nonostante, quindi, Creed II palesi qualche imperfezione e quella fastidiosa tendenza ad inseguire una propria identità pur rifiutando di allontanarsi dalla comfort zone tematico-stilistica della saga, il film diretto da Steven Caple Jr. si lascia apprezzare per il suo respiro classico, per come mescola pubblico e privato senza mai sbavare, per la vibrante tensione che accompagna il grande incontro, coreografato egregiamente – pure senza la one-shot sfoderata da Coogler nel precedente – in modo da restituire la dinamicità e l’intensità di un vero match di boxe.

È un sequel di grande impatto che vive di piccoli momenti, che scava nell’intimità dei protagonisti con estrema sensibilità (vedere, per credere, il dramma di Rocky per il rapporto con suo figlio andato in frantumi). Come ogni film della serie, è una grande lezione di umanità, l’ennesima dimostrazione che non esiste vittoria, nei film di Rocky, senza espiazione e senza il riconoscimento del valore della sconfitta.