The Front Runner: recensione dell’intenso dramma politico di Jason Reitman con Hugh Jackman

The Front Runner: recensione dell’intenso dramma politico di Jason Reitman con Hugh Jackman

Febbraio 8, 2019 0 Di ilmuretto

Non è facile intuire il cambiamento nel momento in cui sta avvenendo, nell’occhio del ciclone, proprio mentre sembra che la stabiità possa proseguire inalterata. Tante cose possono succedere in 43 giorni, poi, anche che un candidato presidenziale americano con 12 punti di vantaggio nei sondaggi distrugga ogni speranza di vittoria, delle primarie democratiche ancor prima che delle elezioni, per uno scandalo sessuale. Succede poi che questo scandalo sia passato ormai nel dimenticatoio come un evento quasi di folklore, come un suicidio pubblico di un uomo giovane e brillante beccato in castagna, non come il momento in cui la politica (e il giornalismo) americano iniziarono a perdere il dono della complessità.

Ma andiamo con ordine: siamo nel 1988, con una breve parentesi nel 1984, quando si concluse il secondo mandato di Ronald Reagan, un presidente ex attore che segnò un rapporto nuovo, diretto, con gli americani, accompagnando la fine della guerra fredda e della corsa al nucleare,  seminando instabilità sociale, ma ampliando enormemente la forchetta fra ricchi e poveri.
Sono elezioni cruciali, in cui Gary Hart sembra riuscire a sbrogliare la matassa complessa della politica e renderla chiara agli occhi dei giovani democratici, e non solo. È lui il favorito di cui sopra, pronto a intercettare il cambiamento, visto che ‘le cose cambiano davvero quando i giovani si muovono”. Jason Reitman si cimenta con un genere dai tanti padri nobili, quello del cinema liberal che profuma di anni ’70, in cui il giornalismo è il contraltare pronto a censurare ogni deriva politica. In The Front Runner ci conduce nel mezzo delle lunghe discussioni della squadra per le primarie di Hart, con quello stile verboso e realistico portato avanti da Aaron Sorkin mettendo a frutto gli insegnamenti di Altman, Pakula, Lumet.

Insieme al team Hart ecco l’editorial room del Washington Post, con Bob Woodward cha ha il ruolo defilato di un amico d’università del candidato e una nuova generazione si fa avanti, a Washington come nel locale Miami Herald, fortunosamente coinvolto in un giro di gossip, appostamenti più o meno goffi e foto, che inguaieranno Hart e segneranno una cesura decisiva. Quella in cui la complessità del discorso politico e dei programmi elettorali lascerà spazio sempre di più alla figura privata, oltre che pubblica, del politico, di cui iniziano a interessare sempre di più quelle abitudini da camera da letto che per decenni erano rimaste fuori dalla lotta politica, rimanendo confinati al pettegolezzo ex post; vedi le tante avventure di JFK.

Il giornalismo, poi, abbandonerà sempre di più l’attesa del momento giusto, l’indagine estenuante, per la scorciatoia della delazione anonima. Sarà però proprio un giovane afro americano, incaricato dal Washington Post di seguire la campagna di Hart, sempre più simpatizzante, idealista e refrattario ai rischi di imbarbarimento del dibattito pubblico, a lasciare un pizzico di speranza con la sua scelta di fare al meglio il proprio lavoro, per dolorose che possano essere le conseguenze.

Hugh Jackman rende con impettita dignità la figura dell’uomo politico, incapace di accettare le ricadute politiche dei comportamenti fallaci dell’uomo nel suo privato. Intorno a lui una riuscita collezione di caratteristi di lusso, come la moglie Vera Farmiga e il solito gigante J.K. Simmons. Nell’odierno sconquasso politico, al di là ma anche al di qua dell’Atlantico, fa una certa impressione vedere come il ciclo delle news possa essere sconvolto, portando con sé la carriera di un politico in ascesa, per una relazione extra coniugale. Seguiranno trent’anni di scandali e l’implosione dei confini tra pubblico e privato.