Un uomo tranquillo, la recensione del film con Liam Neeson

Un uomo tranquillo, la recensione del film con Liam Neeson

Febbraio 7, 2019 0 Di ilmuretto

Spazzaneve nell’accecante bianco del Colorado, Nels Coxman (Liam Neeson) si trova suo figlio ucciso da un’apparente overdose. Capisce presto che è stata un’esecuzione, e decide di vendicarsi del boss della droga locale, il “Vichingo” (Tom Bateman). Nel tentativo di risalire fino a lui, i morti ammazzati si sprecheranno, ma non necessariamente per mano di Nels…

Il regista norvegese Hans Petter Moland trasferisce negli Stati Uniti il suo stesso film In ordine di sparizione (2014), dove era Stellan Skarsgård a interpretare il ruolo qui andato a Liam Neeson. Quest’ultimo fattore può essere fuorviante, non solo per il pubblico che da trama e tale interprete si aspetta ormai un “revenge movie” per veri duri senza compromessi, ma sembra essere stato piuttosto fuorviante anche per l’omogeneità del film stesso.
Con Un uomo tranquillo Moland si diverte a spiazzare lo spettatore, fino al punto che lo spiazzamento finisce per contare più di un minimo di coerenza nel trattamento dei personaggi (drammatica o ironica che sia questa coerenza, non è importante). Pur infatti cominciando con la tipica premessa del “Neeson movie” recente, la sceneggiatura inzia ad inanellare una serie di parentesi demenziali di puro humor nero, che vanno volutamente a intaccare la serietà apparente dell’insieme. Questo continuo saliscendi tra il ventilato rigore dei personaggi, nelle minacce e nelle sofferenze, e la loro sostanziale scemenza in altre scene, diventa un gioco fine a se stesso: sul momento diverte, forte del fattore sorpresa, ma è parecchio sterile quando si tenta un bilancio della visione.

L’andirivieni emotivo tra un registro e l’altro del racconto va di pari passo con le giravolte narrative, che presentano personaggi pure intriganti, per poi perderli per strada o spegnerli in una battuta. Più di Neeson, si apprezza comunque molto l’odioso villain di Tom Bateman, ma il personaggio cinico della poliziotta Kim di Emmy Rossum o la moglie Laura Dern avrebbero meritato più spazio.
Un uomo tranquillo demolisce sadicamente con buffonate ogni speranza di immedesimazione. Potremmo pure leggerlo come una decostruzione linguistica del film di genere, però l’impianto non ci sembra sufficientemente sofisticato da reggere un’ambizione tale: sarebbe una lettura intellettualistica. Al massimo si potrebbe sostenere che nel film l’annullamento di ogni percorso narrativo morale classico vorrebbe riflettere una visione dell’esistenza cinica e beffarda, basata sul caso cieco e non sui valori.
Forse però è meglio ammettere che mantenersi in equilibrio tra l’orrore nichilista e la risata è un numero circense di quelli senza rete. Da un lato si apprezza il coraggio, dall’altro c’è sempre il rischio che la corda tradisca il trapezista.